Il giro criminale scoperto dai Carabinieri forestali è più ampio rispetto a quello emerso dopo il rogo del capannone di Corteolona in provincia di Pavia avvenuto il 3 gennaio del 2018. L’ambito delle indagini invece è lo stesso ed è strettamente collegato al primo: discariche abusive e smaltimento illecito dei rifiuti.

La Lombardia come “discarica”

Questo è quanto emerso dall’inchiesta che ha portato all’arresto di 11 persone tutte con numerosi precedenti penali: gli indagati sono accusati di aver gestito un ingente traffico di rifiuti urbani e industriali provenienti da impianti campani in sovraccarico.

I rifiuti finivano in capannoni abbandonati in diverse aree industriali del Nord Italia grazie ad una complessa struttura che poteva fare affidamento su trasportatori compiacenti e società fittizie intestate a prestanome.

Rifiuti illeciti campani in eccesso

Nel mirino una società di Acerra e un impianto di trattamento autorizzato in provincia di Como che secondo le indagini dirette dalla direzione Distrettuale Antimafia di Milano sarebbe servito solo come copertura.

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Individuate due direttrici, aziende in possesso di regolare autorizzazione che stoccavano rifiuti in eccesso rispetto alle autorizzazioni consentite e poi smaltivano illecitamente, poi scoperta anche un’attività che invece prevedeva o stoccaggio di queste tonnellate e tonnellate di rifiuti in capannoni dismessi.

Le intercettazioni e il metodo mafioso

In una intercettazione secondo gli investigatori vengono indicate le modalità di infiltrazione nella ditta del Comasco utilizzata dagli indagati:

“Se io adesso arrivo a casa tua e non ti trovo e mi metto lì e dico ‘Io mo’ devo mangiare la pastasciutta qui con voi perché…”

In quest’altra invece avvenuta fra due pregiudicati calabresi arrestati sarebbe evidente la vicinanza agli ambienti di ‘ndrangheta.

“Comunque quando vengo su non è che sono solo io… ci sono i cristiani di Platì e di San Luca, ci sediamo a tavolino e se avete ragione chiudiamo… ma se avete torto, Maurizio preparate soldi e macchina”.